"Insomma, ti raccontavi un sacco di storie."
Sì, è la prerogativa dei somari, raccontarsi ininterrottamente la storia della loro somaraggine: faccio schifo, non ce la farò mai, non vale neanche la pena provarci, tanto lo so che vado male, ve l'avevo detto, la scuola non fa per me... La scuola appare loro come un club molto esclusivo di cui si vietano da soli l'accesso. Con l'aiuto di alcuni professori, a volte.
Ma insegnare è proprio questo: ricominciare fino a scomparire come professori. Se non riusciamo a collocare i nostri studenti nell'indicativo presente della nostra lezione, se il nostro sapere e il piacere di servirsene non attecchiscono su quei ragazzini e quelle ragazzine, nel senso botanico del termine, la loro esistenza vacillerà sopra vuoti infiniti. Certo, non saremo gli unici a scavare quei cunicoli o a non riuscire a colmarli, ma quelle donne e quegli uomini avranno comunque passato uno o più anni della loro giovinezza seduti di fronte a noi. E non è poco un anno di scuola andato in malora: è l'eternità in un barattolo.
Tutti fanno a gara a chi scrive di più, tranne Emmanuel, alla mia destra, vicino alla finestra, a tre o quattro file dalla cattedra. Naso per aria, foglio bianco, Emmanuel. I nostri sguardi si incrociano. Il mio si fa esplicito: allora, che storia è questa? Compito in bianco? Ti ci vuoi mettere sì o no? Emmanuel mi fa cenno di avvicinarmi. L'ho avuto due anni prima come allievo. Sveglio, furbo, lavativo, fantasioso, simpatico e determinato. E, al momento, foglio spudoratamente bianco. Accetto di avvicinarmi, giusto per dargli una mossa, ma interrompe subito il mio tentativo di ramanzina buttando lì con un sospiro perentorio:
"Che rottura di palle, prof!"
Cosa bisogna fare di un allievo del genere? Sopprimerlo all'istante? Nell'attesa, e benché non sia il momento, chiedo: "E si può sapere cosa ti interessa?".
"Questo."
Risponde lui restituendomi l'orologio saponetta che mi ha fregato senza che me ne accorgessi.
"E questo" aggiune restituendomi la mia penna.
"Borseggiatore? Vuoi diventare borseggiatore?"
"Prestigiatore, prof."
Prestigiatore diventò, vi assicuro, e pure famoso, senza che io avessi alcun merito.
C'è il padre irritato che proclama, categorico:
"Mio figlio è immaturo".
Un uomo giovane, rigidamente seduto nella perpendicolare del suo completo scuro. Dritto sulla sedia, dichiara di punto in bianco che suo figlio è immaturo. È una constatazione. Non implica né domande né commenti. Esige una soluzione, punto e basta. Chiedo comunque l'età del figlio in questione.
Risposta immediata.
"Già undici anni."
È un giorno in cui non sono in forma. Dormito male, probabilmente. Mi prendo la fronte tra le mani, per dichiarare infine, come un Rasputin infallibile:
"Ho la soluzione".
Solleva un sopracciglio. Sguardo soddisfatto. Perfetto, siamo tra professionisti. Allora, questa soluzione?
Gliela do.
"Aspetti."
Sì, a volte alcuni progetti si realizzano, delle vocazioni si compiono, il futuro onora i propri impegni. Un amico mi assicura che mi aspetta una sorpresa nel ristorante dove mi ha invtato. Ci vado. La sorpesa è considerevole. È Rémi, lo chef del locale. Impressionante, dall'alto del suo metro e ottanta e sotto il suo bianco cappello da cuoco! Sulle prime non lo riconosco, ma mi rinfresca la memoria mettendomi davanti agli occhi un compito scritto da lui e corretto da me venticinque anni prima. Voto: 6. Titolo: "Fai il tuo ritratto a quarant'anni". E l'uomo di quarant'anni che se ne sta in piedi di fronte a me, sorridendo un po' intimidito dall'apparizione del suo vecchio professore, è esattamente quello che il ragazzo descriveva nel suo compito: lo chef di un ristorante le cui cucine paragonava alla sala macchine di un transatlantico. L'insegnante aveva apprezzato, in rosso, e aveva espresso l'auspicio di sedersi un giorno al tavolo di quel ristorante...
È il genere di situazione in cui non ti penti di essere diventato il professore che ormai non sei più.